Ogni suono risuonava in modo diverso: un colpo di tosse, lo scricchiolio delle assi del pavimento, persino il lieve fruscio di passi. Lei notava tutto. La sua presenza attirava sguardi vigili. Gli uomini bisbigliavano tra loro, alcuni curiosi, altri sospettosi. Sentivano delle voci. La figlia del padrone, considerata diversa, era stata costretta a rimanere nei suoi alloggi come punizione.
I bisbigli erano pieni di speculazioni e giudizi. Ma lei percepiva qualcosa di più, un sottile riconoscimento. Lo vedevano nella sua intelligenza, nella sua coscienza e nel suo coraggio. Solo queste qualità la distinguevano dagli altri. L’intento di suo padre era chiaro. Mettendola in mezzo agli uomini, stava cercando di spezzarla, piegarla, insegnarle l’obbedienza e costringerla in un mondo a cui aveva sempre resistito.
Ma lui si rifiutava di considerarsi una vittima. La paura non lo avrebbe imprigionato. L’avrebbe sopportata, sì, ma alle sue condizioni. Il più anziano di loro, un uomo di nome Silas, si fece avanti. La sua schiena era dritta nonostante anni di duro lavoro, e il suo sguardo era penetrante. «Allora, sua figlia è venuta da noi», disse lui con voce calma ma imperiosa. «Sa perché è qui?» «Lo so», rispose lei con fermezza e senza esitazioni.