Le case di riposo sono spesso associate a un’oasi di pace dove non ci si deve più preoccupare delle faccende domestiche o dei pasti. I primi giorni sembrano persino una lunga vacanza. Eppure, con il passare del tempo, la perdita del controllo sui propri ritmi crea una sottile dipendenza: gli orari sono rigidi, le attività imposte e la libertà di improvvisare la propria giornata diminuisce. Per molti, la scomparsa di questi piccoli gesti quotidiani – preparare un caffè, innaffiare una pianta – lascia un vuoto inaspettato. Riconquistare questa autonomia perduta diventa quindi una vera e propria lotta.
Inizialmente, le visite e le telefonate sono frequenti, ma la vita al di fuori riprende presto il suo corso, senza che ciò rifletta una mancanza di affetto o negligenza. Significa semplicemente che i ritmi si sfasano. Per chi vive in una struttura di assistenza, attendere un messaggio che tarda ad arrivare può essere molto difficile. Anche in compagnia di altri residenti, si insinua una quieta solitudine, quel tipo di solitudine che si insinua tra un’attività e l’altra e lascia un silenzio che sembra interminabile.
A casa, c’è sempre un piccolo compito da svolgere: riordinare un cassetto, preparare un pasto, organizzare un angolo lettura. Questi piccoli obiettivi scandiscono le ore e infondono un naturale senso di scopo. In una casa di riposo, tutto è già preparato, persino anticipato, a volte fin troppo. Alcune persone finiscono per diventare semplici spettatori della propria vita, prive di qualsiasi opportunità di iniziativa. Stabilire un piccolo progetto – scrivere qualche riga, partecipare a un corso, prendersi cura di una pianta – può fornire una preziosa spinta di motivazione interiore.