Lo strinsi così forte che quasi persi l’equilibrio.
«Sapevo che saresti venuto», sussurrò.
“Verrò sempre se potrò.”
Poi Noè mi mise rapidamente in mano un pezzo di carta piegato.
«Non lasciare che la mamma lo veda», sussurrò nervosamente.
I tacchi di Rachel risuonarono secchi lungo il corridoio verso di noi prima che potessi rispondere.
“Cosa ti ha dato?”
«Un programma», mentii a bassa voce stringendo le dita attorno al biglietto.
Non l’ho aperto finché non sono arrivato alla macchina.
Le mie mani tremavano violentemente mentre aprivo il foglio.
Nella calligrafia illeggibile di Noè c’erano sei parole strazianti:
Nonna, voglio tornare a casa.
Poi sul retro aveva aggiunto:
Dice che non posso più parlare di papà.
Mi sono sporto in avanti contro il volante e ho chiuso gli occhi.
Perché sapevo esattamente cosa intendesse Noè con “casa”.
Non una casa.
Un luogo dove a Daniele era ancora permesso di esistere.
Quella sera chiamai subito Rachel.
“Noè mi ha dato un biglietto.”
La sua voce si fece gelida all’istante.
“Quale nota?”
“Dice che Brent non gli permette più di parlare di Daniel.”
Silenzio.
Infine, Rachele sospirò profondamente.
“Brent pensa che una routine lo aiuterà a guarire.”
«Guarire?» ripetei a bassa voce. «Fingendo che suo padre non sia mai esistito?»
“Va in crisi ogni volta che si parla di Daniel.”
“Piange perché gli manca suo padre!”
Anche Rachele si mise a piangere.