E se?
E se fossi stata ingenua? E se la mia fiducia fosse stata mal riposta? E se stesse succedendo qualcosa che mi sarei pentita di non aver fermato?
Ero lì in piedi con un asciugamano caldo in mano, il cuore che mi batteva più forte del dovuto. Mi sono detta che avrei solo dato un’occhiata, solo un rapido controllo. Un dovere di genitore responsabile.
Prima di pensarci troppo, ho percorso il corridoio, con passo più veloce del solito. Ho raggiunto la porta della sua camera, ho preso fiato e l’ho aperta.
E mi sono bloccata.
Mia figlia non era seduta sul letto. Non stava ridacchiando. Non stava nemmeno guardando Noah.
Era inginocchiata sul pavimento.
Anche lui.
Tra di loro c’era un grande pezzo di cartone coperto di schizzi, appunti scritti a mano e fotografie disposte con cura. Quaderni aperti erano sparsi in giro. Pennarelli colorati senza cappuccio. Un computer portatile era aperto, in pausa su una presentazione.
Entrambi mi guardarono, sorpresi.
“Mamma!” disse mia figlia, arrossendo. “Non avresti dovuto vederlo ancora.”
Sbattei le palpebre. “Vedi… cosa?”
Noah si alzò immediatamente. “Ci scusiamo se sembra strano”, disse in fretta. “Stavamo andando a pulire.”
Mia figlia si alzò e attraversò la stanza, prendendomi delicatamente la mano. La sua voce era nervosa ma ferma.
“Stiamo lavorando a qualcosa”, disse. “Insieme.”
Guardai di nuovo il pavimento. Una foto catturò la mia attenzione: mio padre, suo nonno, che sorrideva debolmente da un letto d’ospedale. Un’altra mostrava un parco locale. Una terza immortalava una pila di libri accanto a un cartello scritto a mano: Community Literacy Drive.
“Cos’è tutto questo?” chiesi dolcemente.
Mia figlia deglutì. “Sai quanto il nonno sta soffrendo dopo l’ictus”, disse. “Mi ha detto che odia sentirsi inutile. Gli manca aiutare le persone.”