Il bollitore fischiava sempre più forte, tanto da far vibrare i muri. Andai in cucina, lo spensi e rimasi lì immobile, con le mani appoggiate al bancone.
Il mio telefono ha vibrato di nuovo. Non l’ho guardato.
Alle sei di sera avevo 30 messaggi non letti e 47 chiamate perse. Carla. Diane. Papà. Neil. Persino numeri che non riconoscevo. Non ho ascoltato nemmeno un messaggio in segreteria.
Quando l’orologio segnò le 7:15, finalmente percorsi il corridoio fino alla stanza di Leo. La porta era socchiusa. La spinsi delicatamente e lo trovai seduto a gambe incrociate sul pavimento, intento a colorare il disegno di un supereroe: mantello, maschera, tutto dai colori primari sgargianti.
“Ehi, amico,” dissi a bassa voce.
Non alzò subito lo sguardo, ma quando lo fece, i suoi occhi erano calmi. Troppo calmi.
«Torniamo dalla nonna?» chiese.
«No», dissi. «Non per un po’.»
Annuì con la testa. Non sollevato. Non turbato. Semplicemente accettando la situazione, come se avesse già saputo la risposta. Riprese a colorare, rimanendo attentamente all’interno dei contorni.
Lo osservai a lungo, provando allo stesso tempo orgoglio e profonda tristezza.
Quando ebbe finito la pagina, la sollevò.
“Ti piace?”
«È perfetto», sussurrai.
Sorrise appena, poi mise da parte il disegno e si infilò sul letto. Si tirò la coperta fino al mento, lo sguardo fisso verso la finestra come se stesse ancora guardando la neve cadere su un mondo che si era dimenticato di lui.
Mi sedetti accanto a lui e gli scostai i capelli dalla fronte.
“Buon Natale, Leo,” dissi.
Sussurrò:
“Buon Natale, mamma.”
Ho aspettato che il suo respiro si regolarizzasse e che si addormentasse. Poi mi sono alzato in silenzio, ho spento la luce e ho chiuso la porta.