Nel camion militare che ci portò lì c’erano altre cinque ragazze. Nessuna di loro parlava. Il silenzio era come piombo. Pioveva. Me lo ricordo. Perché l’acqua batteva contro il telone creando un ritmo ipnotico, quasi confortante, come se il mondo esterno fosse ancora normale. Ma quando il camion si fermò, quando le porte si aprirono e vidi quell’imponente edificio con le sue bandiere naziste, i soldati armati e l’eleganza artificiale di un hotel.
Capii che stavo entrando in un altro tipo di prigione, una prigione invisibile, una tortura che non lasciava segni esteriori, una lenta morte interiore, il tutto mentre fingevo di essere vivo all’esterno. Per i primi giorni, cercai di comprendere la logica di quel luogo. Madame Colette, una collaboratrice francese, gestiva tutto.
Faceva più male di qualsiasi violenza diretta. Sapere che una francese stava organizzando l’abuso di altre francesi. Ci spiegò le regole con voce meccanica: igiene rigorosa, visite mediche settimanali, obbedienza totale, niente pianti eccessivi, nessun segno visibile. Gli agenti non percepivano la drammaticità della situazione. Volevano solo l’efficienza.
Mi fu assegnata la stanza al terzo piano, con una porta di legno scuro e un numero dorato. Letto matrimoniale, lenzuola cambiate settimanalmente, lampada da comodino di cristallo, carta da parati a fiori, finestre che si affacciavano su uno stretto vicolo dove il sole non penetrava mai. C’era persino un quadro appeso al muro, un paesaggio pastorale francese che contrastava nettamente con l’orrore che si celava all’interno.