Sfogliando le pagine del giornale, disse:
“Bisogna andare avanti”.
Ho chiesto se ci sarebbe stato un funerale.
«Non c’è niente che tu debba fare qui», rispose lei.
Quella notte, quando lei uscì, un’infermiera rientrò silenziosamente.
Mi ha dato un pezzo di carta e mi ha sussurrato:
“Se vuoi scrivere qualcosa… proverò a farglielo recapitare”.
Non mi era rimasto più nulla.
Tranne una cosa.
Ho scritto una sola frase:
“Digli che era amato.”
Le ho dato il biglietto e una piccola copertina che avevo fatto di nascosto. Lana blu. Uccellini gialli cuciti agli angoli. L’unica cosa che sentivo appartenere a entrambe.
Il giorno dopo non c’era più niente.
Quando più tardi ho chiesto della coperta, la mamma ha detto che l’aveva bruciata. Ha detto che non era salutare per me tenerla.
E poi mi hanno mandato all’università… prima ancora che fossi guarito.
Nessuna tomba.
Nessuna risposta.
Nessun finale.
Quindi ho smesso di chiedere.
Ho imparato a portare il mio dolore in silenzio, senza mettere a disagio nessuno.
Mia madre è morta due anni fa.
Mio padre si è trasferito da noi l’anno scorso, dopo che la sua salute ha iniziato a peggiorare. La sua memoria non è più perfetta… ma non è scomparsa del tutto.
Ricorda ciò che sceglie di ricordare.
La settimana scorsa, un camion per traslochi è entrato nella casa accanto.
Stavo diserbando fuori quando l’ho visto: un giovane che usciva con una lampada.
E il mio cuore si è fermato.
Riccioli scuri.
Lineamenti marcati.
Il mio mento.
Mi dicevo che me lo stavo solo immaginando. La gente vede ciò che vuole vedere.
Poi però sorrise e si fece avanti.
«Ciao», disse. «Mi chiamo Miles. A quanto pare siamo vicini di casa.»
Ci siamo scambiati qualche parola, ma a malapena ho sentito quello che dicevano.
Tornai dentro, tremando.
Mio padre era in cucina.
Ho detto: “Il nuovo vicino mi somiglia”.
All’inizio non ha reagito. Poi sì.