Questo era tutto ciò che avevo.
Trentasei ore di macchinari che emettevano segnali acustici, medici che parlavano con tono cauto, e io seduta lì, a pregare per un miracolo che non è mai arrivato.
Quando mi hanno detto che il mio bambino non c’era più, qualcosa dentro di me si è fermato completamente.
Non ho urlato. Non sono crollata.
Mi sono semplicemente… fermato.
Mio marito no.
«È colpa tua!» urlò, la sua voce che riecheggiava nella sterile stanza d’ospedale. «Non sei riuscito nemmeno a fare questo come si deve!»
Ricordo di averlo fissato, senza comprendere appieno ciò che stava dicendo. Le sue parole mi sembravano distanti, come se fossero rivolte a qualcun altro.

Prima che potessi rispondere, prima ancora di rendermene conto, lui era già andato via.
Proprio così.
Nessun addio. Nessun conforto. Nessun voltarsi indietro.
Mi ritrovai da solo in una stanza che all’improvviso mi sembrò troppo grande, troppo fredda, troppo vuota.