E poi, in qualche modo, mi sono ritrovata fuori dall’ospedale, in piedi sul marciapiede con nient’altro che una piccola borsa in mano e un cuore che mi sembrava svuotato.
Non sapevo dove altro andare, quindi ho chiamato un taxi.
Il viaggio è sembrato irreale.
La città si muoveva intorno a me, le luci sfrecciavano come scie sfocate, le persone continuavano le loro vite come se la mia non fosse appena andata completamente in frantumi.
Fissavo fuori dalla finestra, cercando di non pensare, cercando di non sentire, ma qualcosa dentro di me continuava a rompersi, pezzo dopo pezzo.
A un certo punto, ho notato che l’autista mi lanciava un’occhiata attraverso lo specchietto retrovisore.
Non in modo sospetto.
Semplicemente… guardando.
Mi chiedevo se il mio aspetto fosse altrettanto a pezzi quanto mi sentivo.
Ho sentito una stretta al petto.
E se mi facesse delle domande? E se dovessi dare delle spiegazioni?
Non avevo la forza di pronunciare quelle parole ad alta voce.
Poi, all’improvviso, l’auto rallentò.
Il mio cuore ha fatto un balzo quando ha frenato più bruscamente del previsto. Per una frazione di secondo, la paura mi ha travolto, acuta e improvvisa.
Avevo fatto qualcosa di sbagliato? Stava per succedere qualcosa?
Girò lentamente la testa, non del tutto, giusto quel tanto che bastava perché potessi vedere il profilo del suo viso.
“Ehi…” disse a bassa voce.
La sua voce non era aspra. Non era esigente.
Era… delicato.
“Va bene così.”
Mi sono bloccato.
Allungò una mano all’indietro, porgendo un piccolo pacchetto di fazzoletti leggermente stropicciato.
«Hai pianto», aggiunse a bassa voce.
Sbattei le palpebre, confusa.
Pianto?
Non me ne ero nemmeno accorto.

Sentivo il viso intorpidito, ma quando lo toccavo, le dita risultavano umide.
Le lacrime erano scese silenziose per tutto il tempo.
Con le mani tremanti presi i fazzoletti, incapace di parlare.