«Ciao, piccolo angelo» sussurrai.
La sua mano si aprì e si chiuse. Tra le lacrime sorrisi e gli avvicinai il dito. Ma prima che potesse afferrarlo, notai qualcosa.
Il suo piccolo pugno era rimasto chiuso per tutto il tempo. Nessuno se n’era accorto perché erano troppo occupati a tenerlo in vita. Ma ora, alla luce dell’ospedale, vidi un piccolo pezzo di stoffa blu tra le sue dita.
Guardai l’infermiera.
«Cos’è questo?» sussurrai.
Aprì con delicatezza la sua mano. Dentro c’era un minuscolo pezzo di tessuto strappato, avvolto attorno a un braccialetto fatto di filo sottile. Non era prezioso. Non era speciale per nessun altro. Solo un filo sottile con una piccola perlina al centro.
Ma quando lo vidi, mi mancò il respiro.
Perché quel braccialetto rendeva tutto ancora più doloroso. Quel bambino non era arrivato nel mondo completamente senza amore. Qualcuno aveva tenuto quel filo. Qualcuno lo aveva legato. Qualcuno aveva immaginato la sua nascita, lo aveva tenuto tra le braccia, gli aveva dato un nome.
Eppure era finito in un sacco della spazzatura nero.
Ricominciavo a piangere, ma questa volta le mie lacrime erano diverse. Non solo paura. Non solo shock. Qualcosa di più profondo.
Una domanda a cui nessuno sapeva rispondere.
Cosa succede tra l’amore e l’abbandono?