Più la fissavo, più mi sembrava estranea, come se non avesse nulla a che fare con una normale camera da letto.
Alla fine, l’ansia ebbe la meglio sull’imbarazzo. Mi avvicinai a lei, tenendolo in mano come una prova, con le parole che mi si confondevano. Lei lo guardò e scoppiò a ridere così forte da doversi appoggiare al muro. Tra una risata e l’altra, spiegò: “È solo della vecchia gelatina, abbandonata, sepolta nella polvere, trasformata dal tempo”. Mi sentii ridicola, ma anche stranamente sollevata. Il mostro sotto l’armadio non era un segreto né un segnale d’allarme, solo un frammento dimenticato e innocuo del suo passato di cui potevamo ridere insieme.