Ho scrutato di nuovo l’albero, controllando ogni bigliettino lasciato sotto i rami. Kayla. Mason. Ruby. Carla. Neil. Neanche un biglietto con il nome di Leo. Neanche un piccolo pacchetto nascosto dietro un altro. Niente.
L’ultimo regalo era una scatola d’argento lucido con un grosso fiocco rosso. Mia madre la porse con fare teatrale a Kayla, che strillò e la scartò come se stesse gareggiando per un premio. Leo fissò la scatola con tale intensità che potei quasi sentire il suo respiro mozzarsi. Quando si aprì rivelando un tablet con una custodia scintillante, la stanza esplose in un applauso e in un allegro caos.
E Leo sussurrò, appena udibile:
“Si… si è dimenticata di me, mamma?”
Deglutii. Sentivo il cuore come se fosse stato immerso nell’acqua gelida.
Carla si sporse sul bracciolo del divano, fingendo di riordinare i pezzetti di carta da regalo, e mormorò a voce abbastanza alta da farmi sentire:
“Te l’avevo detto che Nora sarebbe diventata drammatica se Leo non avesse ottenuto qualcosa di importante.”
Neil sogghignò. La mia mascella si irrigidì.
Leo non reagì. Continuava a fissare lo spazio vuoto sotto l’albero.
Mia madre si raddrizzò, scrollandosi di dosso i brillantini dalle maniche come se avesse compiuto una nobile impresa.
“Bene, ragazzi. Colazione tra 30 minuti.”
Guardai Leo – le sue piccole spalle leggermente incurvate, le mani strette nelle maniche, il viso che cercava ancora di mostrarsi coraggioso – e capii in quel momento che se fossi rimasta un minuto di più, avrebbe portato quel ricordo impresso nel suo corpo per anni.
Allora mi sono alzato.
«Leo», dissi a bassa voce, «vai a prendere la giacca».
Mi ha guardato sbattendo le palpebre, proprio adesso. Proprio adesso.
Carla si voltò di scatto, offesa.
“Cosa fai?”
Non risposi. Mi accovacciai e aiutai Leo a indossare il cappotto. Le sue dita tremavano un po’, così glielo chiusi io la cerniera, lisciandogli il tessuto sul petto. Lui si appoggiò al movimento, lasciandosi sorreggere.
Alla fine mia madre ha distolto lo sguardo dal telefono.