“Nora, per l’amor del cielo. Te ne vai già? Abbiamo appena iniziato.”
Ho preso la mano di Leo e mi sono diretta verso la porta senza rispondere.
La seguì, i tacchi che risuonavano seccamente sul pavimento di legno.
“Non dire sciocchezze. Gli comprerò qualcosa domani. I bambini si dimenticano dei regali dopo una settimana.”
Ho girato la manopola. L’aria gelida dell’inverno mi ha colpito il viso come una verità che avevo evitato per anni. Leo è uscito, i suoi piccoli stivali scricchiolavano nella neve.
Mia madre si strinse nelle braccia e disse bruscamente:
“Nora, smettila di fare la drammatica. Stai facendo una scenata.”
La guardai per un lungo istante. Non con rabbia. Non con aria supplichevole. Semplicemente esausta.
“Stiamo tornando a casa, mamma.”
Lei sbuffò.
“Va bene. Ma non aspettarti che ti insegua.”
Chiusi la porta dietro di noi prima che potesse dire altro. Il mondo fuori era silenzioso, di quel tipo di silenzio che sembra autentico. La neve cadeva dolcemente dal cielo grigio, posandosi sul cofano di Leo. Mi strinse la mano mentre attraversavamo il portico ghiacciato verso la macchina.
Gli aprii la portiera e lo aiutai a salire. Mi guardò con i suoi grandi occhi vitrei.
«Mamma», sussurrò, «ho fatto qualcosa di sbagliato?»
Gli ho scostato delicatamente i capelli dalla fronte.
“Non hai fatto niente di male. Assolutamente niente.”
I fiocchi di neve si posarono sulla mia sciarpa, sciogliendosi all’istante. Dentro la casa alle nostre spalle, risuonavano ancora delle risate. Risate forti, spensierate, che non ci appartenevano.
Ho acceso la macchina. Leo ha girato il viso verso il finestrino, guardando il mondo che si sfocava in bianco mentre ci allontanavamo. Non piangeva. Non si lamentava. Era solo silenzioso.
E quel silenzio mi ha rivelato qualcosa che non avrei mai dimenticato.