Adamo alzò le spalle.
Non è stato sottile. Non è stato rispettoso. È stato sprezzante.
Alcuni presenti in aula si agitarono a disagio. Il giudice tacque e lasciò che il silenzio continuasse.
«Capisci la gravità delle tue azioni?» chiese.
Adamo rise brevemente.
«Sì», disse, con un tono intriso di sarcasmo. «Mi farai un discorso, forse anche qualche lavoretto di pubblica utilità. Come al solito.»
Un mormorio si diffuse nella stanza.
Il giudice non reagì immediatamente. Si limitò a osservare Adam, studiandolo attentamente, non solo le sue parole, ma anche la sicurezza che traspariva da esse.
Era la sicurezza di sé di qualcuno che non era mai stato veramente chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Una madre nell’ultima fila.
In fondo all’aula sedeva la madre di Adam.
Non aveva proferito parola dall’inizio dell’udienza. Teneva le mani strette in grembo, lo sguardo fisso sul figlio. Sul suo volto non c’era rabbia, solo una profonda e pesante delusione.
Lei era già stata qui.
Colloqui con gli insegnanti. Chiamate alla polizia. Notti passate ad aspettarlo a casa. Promesse fatte e poi infrante.
Ma questa volta qualcosa mi è sembrato diverso.
Non si è trattato di un semplice incidente. È stato un punto di svolta.
La derisione si trasforma in sconcerto.
Mentre il giudice continuava, Adam si faceva sempre più irrequieto. Alzava gli occhi al cielo, si spostava continuamente da un posto all’altro e di tanto in tanto borbottava a bassa voce.
Poi arrivò il momento che cambiò tutto.