Il supermercato era il solito caos quotidiano. Martedì sera, quando la stanchezza è visibile sul volto di tutti ancor prima che qualcuno raggiunga la cassa. I carrelli della spesa tamburellavano sui tacchi, gli scanner emettevano un suono incessante e l’aria era pervasa da un forte odore di disinfettante e da un’irritazione collettiva. Nessuno si soffermava. Tutti volevano solo finire e tornare a casa.
Poi, l’urlo di un bambino ha squarciato il suono.
Un bambino, forse di tre anni, era seduto in un passeggino proprio di fronte a me. Aveva le guance rosse, i pugni stretti, tutto il corpo tremava mentre urlava con l’intensità primordiale che può scaturire solo dalla totale spossatezza. Non si trattava di un semplice sfogo. Era un crollo nervoso, di quelli in cui le distrazioni non funzionano più e le emozioni esplodono in modo incontrollabile.
Sua madre se ne stava rigida e immobile alla cassa. Le spalle erano tese, i capelli raccolti in uno chignon disordinato che raccontava di lunghe giornate e di lotta per la sopravvivenza. Una mano reggeva il carrello, l’altra indugiava sul lettore di carte come se solo la fretta potesse accelerare il processo. La mascella serrata, gli occhi scintillanti. Si teneva in piedi con una forza di volontà incredibile.
Il supermercato era il solito caos quotidiano. Martedì sera, quando la stanchezza è visibile sul volto di tutti ancor prima che qualcuno raggiunga la cassa. I carrelli della spesa tamburellavano sui tacchi, gli scanner emettevano un suono incessante e l’aria era pervasa da un forte odore di disinfettante e da un’irritazione collettiva. Nessuno si soffermava. Tutti volevano solo finire e tornare a casa.
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