Ma il vero tormento iniziava quando le luci si spegnevano. Atto 2. La scelta silenziosa. Ogni notte, verso le 22:00, la furiosa Hstorm scendeva nel corridoio accompagnata da due o tre soldati. I loro passi echeggiavano sulla scalinata di pietra molto prima che apparissero. Già solo quelli bastavano a far rabbrividire ogni donna nella sua cella.
Camminava lentamente, i suoi pesanti stivali che battevano sul pavimento di pietra con un ritmo deliberato e minaccioso. A volte si fermava in mezzo al corridoio, solo per lasciare che il silenzio persistesse, per lasciare che il terrore crescesse. Lucienne descrisse come alcune donne trattenessero il respiro, sperando di diventare invisibili nell’oscurità delle loro celle.
Poi arrivò il temuto momento. I passi si fermarono davanti a una porta, il clic metallico della chiave nella serratura, la porta che si apriva cigolando e l’ordine silenzioso, un semplice gesto del dito. La donna prescelta fu prelevata dalla sua cella e condotta in una stanza in fondo al corridoio, un ex magazzino del vino trasformato in sala interrogatori.
Gli altri prigionieri udirono i passi allontanarsi, poi la pesante porta chiudersi in lontananza. Poi calò il silenzio, un silenzio denso, opprimente, insopportabile. Ciò che accadeva in quella stanza variava. A volte si trattava di colpi brutali e metodici, studiati per spezzare la volontà senza lasciare segni troppo visibili.
A volte si trattava di torture con acqua gelida. Le donne venivano spogliate e spruzzate per ore nel freddo pungente dello scantinato. Altre volte si trattava di stupri commessi da un singolo soldato o da più soldati a turno, mentre Reiter osservava con distacco, fumando una sigaretta. Ma ogni sessione si concludeva sempre con lo stesso avvertimento, sussurrato con voce gelida all’orecchio della vittima.
Non urlerai, non piangerai. Se farai il minimo rumore, moriranno tutte le altre. Scrisse Lucienne. Sarebbe tornata ore dopo, trascinandosi lungo il corridoio, sanguinante, tremante, ma in assoluto silenzio, perché sapeva che se avesse urlato, ne avremmo pagato le conseguenze. Una prigioniera di nome Claire, una bibliotecaria ventottenne di Strasburgo, tornò una sera con il viso così gonfio da non riuscire più ad aprire l’occhio sinistro.
Il suo labbro era spaccato e il sangue le si stava seccando sul mento. Quando passò davanti alla cella di Lucienne, i loro sguardi si incrociarono per un istante. Claire non disse nulla. Non ce n’era bisogno. I suoi occhi parlavano da soli, un dolore così profondo che nessuna parola poteva contenerlo. Questo era il secondo atto descritto da Lucienne, l’imposizione del silenzio come arma psicologica.
I soldati tedeschi non solo violentavano le donne, ma le costringevano anche al silenzio per proteggere le loro compagne. Trasformavano la solidarietà in uno strumento di tortura, in una spirale di sensi di colpa. Passavano i giorni, poi le settimane. Lo schema si ripeteva con una regolarità da incubo. Ogni notte, una donna veniva scelta. Ogni notte, tornava a casa distrutta ma silenziosa.
E ogni notte, le altre restavano sveglie nelle loro celle, ad ascoltare, ad aspettare, a pregare di non essere le prossime. Una delle prigioniere, una sarta di nome Anaïs, fu scelta per tre notti consecutive. La prima notte tornò zoppicando, tenendosi il fianco come se si fosse rotta delle costole.