«Sì», disse Lorraine. «Le ha detto di smetterla. Ha detto…» La voce di Lorraine tremò. «Ha detto la stessa cosa che ha detto ieri sera. Che nessuna figlia nasconde un matrimonio a meno che non abbia paura.»
Ho chiuso gli occhi. L’addetto al cancello ha annunciato qualcosa tramite l’altoparlante, un’eco lontana.
«Cosa vuoi che faccia, zia Lorraine?» chiesi a bassa voce.
Ci fu un’altra pausa. «Non voglio che tu faccia niente», disse lei. «Volevo solo… volevo che tu sapessi cosa sta succedendo.»
Le mie dita si strinsero attorno al telefono.
«Cercherà di contattarti», continuò Lorraine. «Mi ha già chiesto il tuo hotel. E… sta dicendo a tutti che è preoccupata per il bambino.»
Mi si è gelato lo stomaco. “Il bambino?”
«Ren», disse Lorraine, come se stesse mettendo alla prova il nome. «Continua a dire che “ha bisogno di vedere suo nipote”. Che è stata derubata.»
Derubato.
Come se Ren fosse una proprietà.
Mia figlia era come una compensazione per l’imbarazzo di mia madre.
Guardavo fuori dal finestrino la pista, dove un aereo si sollevava in cielo con disinvolta sicurezza.
«Parto oggi», dissi. «Sono all’aeroporto.»
A Lorraine mancò il respiro. “Oh… okay.”
«E non le darò niente», aggiunsi, sorpresa da quanto ferma suonasse la mia voce. «Né il mio hotel. Né il mio volo. Né il mio indirizzo.»
Lorraine rimase in silenzio per un istante.
Poi disse a bassa voce: “Bene”.
Non avrebbe dovuto importare. La sua approvazione. Il suo consenso.
Ma è successo. È stato come se una piccola mano si protendesse verso la mia nel buio.
«Julia», ripeté, ora con voce più flebile. «Lei… dice che potrebbe venire all’aeroporto.»
Le parole mi colpirono come acqua gelida.
Mi si strinse il petto. L’aria mi sembrò più rarefatta.