Molto prima che il mondo conoscesse il suo nome, era un bambino tranquillo, anonimo e disinteressato all’attenzione. Mentre gli altri bambini si lanciavano in giochi e competizioni, lui era attratto da luoghi in cui la concentrazione era più importante della forza. Fu così che scoprì il balletto, non per gli applausi, ma per la disciplina, la precisione e il controllo. In sala prove, comprese che la forza non doveva necessariamente essere rumorosa. A volte derivava dalla pazienza, dall’equilibrio e da una tranquilla determinazione.

All’età di dieci anni, il balletto divenne per lui una routine, un allenamento e un modo per evadere dalla monotonia quotidiana. Ore di pratica plasmarono la sua postura, la sua resistenza e la sua autostima, trasformando il ragazzo inizialmente sottovalutato in qualcuno con un obiettivo ben preciso. La sua dedizione gli valse un invito a esibirsi all’Opéra di Parigi, un traguardo raro per qualcuno che era stato sottovalutato. Il balletto gli diede più di una semplice abilità; gli diede una mentalità: non avere mai fretta, non arrendersi mai e pretendere sempre di più da se stesso che da chiunque altro.
Al di fuori dello studio, la musica divenne un punto di riferimento. Si sentiva profondamente legato alle composizioni classiche, soprattutto a quelle di Beethoven, la cui intensità rispecchiava le emozioni che lui stesso faticava a esprimere a parole. La musica affinò il suo senso del ritmo, l’espressività e il controllo, insegnandogli a comunicare senza parole. Queste abitudini plasmarono inconsciamente la sua vita e svilupparono una sensibilità che avrebbe poi definito la sua personalità.