Nessuno sapeva dove li stessero portando. Dentro il camion, l’aria era densa, soffocante, pesante per il respiro affannoso di una ventina di donne stipate l’una sull’altra. L’odore di sudore misto a paura permeava ogni cosa. Il freddo si insinuava attraverso gli strappi del telone, mordendo la loro pelle già intorpidita.
Marguerite strinse la mano di Simone, che le stava accanto. «Ci lasceranno andare», mormorò Simone, non più per sé stessa, come se ripetere quelle parole potesse renderle vere, ma solo per Marguerite, come se ripeterle potesse renderle vere. «Vedranno che non abbiamo fatto niente». Ma Marguerite non rispose. Lei conosceva le storie.
Storie che circolavano a bassa voce nei villaggi occupati. Storie di donne scomparse senza lasciare traccia, di campi in cui i civili venivano deportati e non facevano più ritorno. Storie a cui nessuno credeva pienamente, perché crederci avrebbe significato accettare che il mondo fosse impazzito, che l’umanità stessa si fosse persa in questa guerra senza fine.
Il camion si fermò dopo due ore di viaggio accidentato su strade piene di buche. Quando il telone fu sollevato, Marguerite vide un cancello di ferro arrugginito, circondato da filo spinato e torrette. Non era un campo di concentramento ufficiale; era qualcosa di più piccolo, improvvisato, nascosto. Un luogo che non sarebbe comparso su nessuna mappa, che non avrebbe ricevuto visite dalla Croce Rossa, che ufficialmente non esisteva: un buco. Un capitolo oscuro della storia, dove le vite potevano svanire senza che nessuno si ponesse domande.