nessuna spiegazione, solo tre porte di metallo verniciato di grigio, ognuna celata da un destino diverso, tutti crudeli, tutti calcolati per distruggere non solo i nostri corpi, ma anche le nostre anime. I soldati tedeschi non ci davano il tempo di pensare. Non ci lasciavano, non ci davano il tempo di pregare. Indicavano semplicemente le porte e ordinavano con un freddo che gelava il sangue: scegliete ora.
E noi, giovani, spaventate, con i nostri figli che si muovevano dentro di noi, eravamo costrette a decidere quale forma di sofferenza ci sarebbe toccata. Io ho scelto la porta numero 2 e per anni ho portato il peso di questa scelta come una pietra nel petto, schiacciando ogni respiro, ogni notte di sonno, ogni momento di silenzio. Oggi, seduta davanti a questa telecamera, con le mani tremanti e la voce rotta, vi racconterò cosa è successo dietro questa porta.
Non perché voglia rivivere l’orrore, ma perché queste donne che non sono tornate meritano di essere ricordate. Meritano di essere più che numeri dimenticati in archivi impolverati. E perché il mondo deve sapere che la guerra non sceglie solo i soldati come vittime. Sceglie le madri, sceglie i bambini, sceglie la vita rinata e la schiaccia senza pietà.
Era ottobre. Avevo un’età imprecisata e vivevo ad Aacieux-en-Vert, un piccolo villaggio tra le montagne del sud-est della Francia, nascosto tra scogliere rocciose e boschi di grano. Era un luogo isolato, dimenticato dal mondo, dove le stagioni scorrevano lentamente e dove la gente viveva di poco.
Patate, latte di capra, vernice condivisa tra vicini. Prima della guerra, questo isolamento era una benedizione. Dopo l’invasione tedesca della Francia, nel 1860, era diventato una trappola. Mio marito Étienne Fournier era stato portato via nell’aprile di quell’anno per essere costretto ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni in Germania. Ricordo il giorno in cui vennero a prenderlo. Stava spaccando legna nel cortile, sudando, con le maniche della camicia arrotolate fino al gomito.