Non riuscivo a muovermi.
Rachel continuava a parlare, come se smettere significasse non parlare mai più.
«Mi teneva in posti diversi. Capanne, motel, scantinati. Sempre in movimento. Diceva sempre che papà lo stava aiutando, che papà sapeva dove mi trovavo, che non sarebbe arrivato nessuno.»
Mi voltai lentamente verso mio padre.
Non lo ha smentito abbastanza in fretta.
Mia madre emise un suono di puro orrore.
“Dille che sta mentendo, Daniel.”
Per un attimo, in preda alla confusione, non ho capito perché avesse usato quel nome.
Poi l’ho fatto.
Il nome di mio padre era Thomas.
Daniel era il detective.
Mia madre non parlava con mio padre.
Stava guardando Noè.
La stanza si inclinò.
Noè se ne stava tre gradini sopra di noi, aggrappato al corrimano così forte che le nocche gli erano diventate bianche.
“Perché la nonna mi ha appena chiamato così?”
Nessuno ha risposto.
Mi guardò e io vidi il momento in cui capì che sotto ogni segreto si celava un segreto.
«Elena», disse mio padre con voce roca, «avresti dovuto dirglielo».
«Cosa gli hai detto?» chiese Noè.
Anche Rachel stava fissando.
Non ho paura.
Non sono confuso.
Riconoscere.
Fece un piccolo passo verso le scale.
“Quanti anni hai?”