Ricordava sua madre, Lena, che cantava a squarciagola in cucina, completamente stonata ma piena di gioia.
Ricordava che suo padre, Mark, dopo le lunghe giornate passate in officina, odorava sempre di olio motore misto a gomma da masticare alla menta.
Hannah possedeva delle scarpe da ginnastica luminose che adorava, un bicchiere viola con cannuccia che portava ovunque e aveva opinioni ben precise su qualsiasi cosa.
Poi arrivò l’incidente d’auto che cambiò tutto.
La storia in cui Hannah credeva da bambina era semplice, e tragicamente semplice.
I suoi genitori morirono in un terribile incidente d’auto quando lei aveva quattro anni.
Hannah è sopravvissuta, ma ha riportato gravi lesioni alla colonna vertebrale che le impediscono di camminare.
In seguito all’incidente, lo Stato ha immediatamente avviato delle discussioni per individuare “collocamenti adeguati” per il bambino rimasto orfano e affetto da gravi problemi di salute.
Karen, l’assistente sociale incaricata del caso di Hannah, era in piedi accanto al suo letto d’ospedale, con un taccuino in mano e un sorriso attentamente studiato.
“Ti troveremo una famiglia affidataria affettuosa”, promise alla bambina spaventata di quattro anni.
Fu in quel momento che lo zio materno di Hannah entrò nella stanza d’ospedale.
Ray era una figura imponente, con mani grandi e segnate dal lavoro e un’espressione perennemente corrucciata impressa sul suo viso segnato dal tempo.
È stato costruito come se fosse stato scolpito nel cemento e plasmato da condizioni meteorologiche estreme.
«No», rispose Ray con fermezza all’assistente sociale.
“Signore, capisco che sia difficile, ma…”