Un coraggio così grande che mi è venuta voglia di alzarmi e urlare,
“Cosa stai facendo? Perché stai distruggendo questa famiglia?”
Ma non ho urlato.
Sono rimasto in silenzio, fingendo di dormire come sempre.
Quando lui tornò a letto, io rimasi lì a pensare.
Penso molto.
Avevo bisogno di scoprire cosa stesse succedendo.
Avevo bisogno di sentire cosa stesse facendo mentre se ne stava lì in piedi.
Perché stava facendo qualcosa, o meglio, stava pensando a qualcosa, e io avevo bisogno di sapere cosa.
Fu allora che mi venne l’idea.
Avevo intenzione di fingere di dormire, ma avrei finto sul serio.
Questa volta avrei respirato profondamente, lentamente, come qualcuno che dorme davvero.
Avevo intenzione di rimanere completamente immobile.
Avevo intenzione di fargli credere che stessi dormendo profondamente.
E io sarei rimasta in silenzio, molto in silenzio, per ascoltare.
Per sentire se avesse detto qualcosa.
Se avesse fatto qualsiasi rumore, qualunque esso fosse, me lo sarei impresso nella mente.
Lunedì 12 agosto 1968.
Doveva accadere proprio quel giorno.
Quel giorno avrei scoperto la verità.
Ho passato tutta la domenica in preda all’ansia.
Non ho potuto andare in chiesa.
Ho detto che mi sentivo male.
Sono rimasto a casa a pensare.
Pianificazione.
Otis è uscito con le ragazze.
Sono rimasto da solo.
Sono andata in camera da letto e ho guardato il letto, quel vecchio letto scricchiolante dove dormivo ogni giorno, dove mi svegliavo ogni giorno alle 2:47, vedendo quell’uomo che mi osservava.
Domani avrei scoperto la verità.
Non sapevo se volessi saperlo.
Ma ne avevo bisogno.
Quella domenica sera, ho cenato molto presto.
Ho fatto il bagno.