Arrivarono lettere da tutto il mondo. Sconosciuti scrivevano di aver pianto, di non aver mai immaginato una simile realtà, che lui prometteva di non dimenticare. Capii allora che mio figlio, pur non avendo lasciato alcuna traccia amministrativa, lasciava una traccia umana. Non ho mai saputo se sia vissuto o meno, e non lo saprò mai.
Le scrissi però un’ultima lettera che non spedii mai. Le scrissi che lo avevo amato ancor prima di vederlo e che tutta la mia vita era stata una silenziosa conversazione con lui. Oggi sono vecchia e le mie mani tremano, ma la mia memoria rimane nitida. Ciò che voglio lasciare in eredità non è solo una storia di sofferenza, è un monito.
Quando un sistema decide che alcune vite valgono meno di altre, tutto diventa possibile. E la barbarie può assumere un aspetto ordinario, amministrativo, quasi calmo. Se ascoltate la mia testimonianza, ricordate solo questo: “Dimenticare è la seconda morte. Finché qualcuno ascolta, mio figlio esiste ancora da qualche parte nella memoria del mondo.