So che sembro distante, ma capite una cosa. Dopo sessant’anni passati a portare questo fardello da sola, dopo decenni passati a fingere che non fosse mai successo, dopo aver costruito un’intera vita su rovine che nessuno voleva vedere, l’unico modo per raccontare questa storia è con la stessa freddezza con cui mi è stata imposta. Perché se ora mi lascio sopraffare dalle emozioni, non finirò, e questa storia deve essere raccontata.
Non per me, per gli altri. Per coloro che sono impazziti, per coloro che si sono suicidati, per coloro che hanno dato alla luce figli che non avevano mai chiesto, per coloro che sono tornati a casa e sono stati chiamati traditori, collaborazionisti, tedeschi [ __ ], per coloro che non sono mai più riusciti a sentire il proprio corpo senza gusto. Questo hotel si trovava in Rue de la République, nel cuore di Lione, una città che prima della guerra era nota per la seta e la gastronomia.
La bellezza rinascimentale di questi edifici. Quando i tedeschi occuparono la zona libera nel novembre del 1942, trasformarono Lione in un centro operativo strategico. La Guestapo si accampò all’Hotel Terminus. Vertmart requisì decine di edifici e il Grand Étoile Hotel, un palazzo di cinque piani con facciata in stile Art Nouveau e alte finestre affacciate sul fiume, divenne quello che chiamarono un campo di accoglienza Holungsheim.
Una menzogna. Era una mensa militare mascherata da servizio di supporto. Documenti ufficiali tedeschi, scoperti decenni dopo negli archivi di Norimberga, confermano l’esistenza di centinaia di queste case sparse in tutta l’Europa occupata. Lui le chiamava bordelli dei soldati, bordelli dei soldati. Ma non si trattava di bordelli ordinari, bensì di strutture organizzate, gerarchiche e medicalizzate.
C’erano cartelle cliniche, orari prestabiliti e quote giornaliere. C’erano regole, c’era un controllo assoluto, e c’eravamo noi donne, alcune reclutate con la forza come me, altre provenienti da campi di prigionia, altre ancora barattavano cibo per la protezione delle loro famiglie, per vuote promesse di libertà futura. Non sapevo nulla di tutto questo quando entrai per la prima volta in questo hotel.
Ho capito che la mia vita era finita solo nel momento in cui l’ufficiale mi ha indicato. Nel camion militare che mi ha portato lì c’erano altre cinque ragazze. Nessuna di noi parlava. Il silenzio era pesante come il piombo. Pioveva. Lo ricordo perché l’acqua che batteva sul telone di tela creava un ritmo ipnotico, quasi confortante, come se il mondo esterno fosse ancora normale.