Mezzanotte in Louisiana, 1851. Nel seminterrato della villa di Nathaniel Bowmont, c’era un gigante incatenato, Tobias, alto 188 cm, 159 kg di muscoli e ferocia. Le storie che si sussurravano su di lui erano agghiaccianti. Aveva fatto a pezzi tre donne, spezzando loro le ossa a mani nude, avventandosi su di loro come un animale.
Ecco perché era incatenato, tenuto in quarantena. Ma ora, davanti a quel mostro incatenato, l’aristocratica Iris Bowmont era inginocchiata con le mani tremanti. Si stava sbottonando il vestito. Suo marito Nathaniel era emofiliaco. Il minimo graffio poteva ucciderlo. Ecco perché non avrebbe mai potuto toccare Iris. Mai. Si era sposata a 19 anni, ma era ancora vergine.
Ora, nel buio scantinato, quando le mani gigantesche di Tobias toccarono il polso di Iris, quest’ultima urlò, ma non per il dolore, bensì per qualcos’altro. Perché otto mesi dopo, quello scantinato si sarebbe trasformato in una pozza di sangue. Il corpo di Nathaniel sarebbe stato ritrovato, con la testa fracassata e gli occhi sbarrati, e Iris, incinta e insanguinata tra le braccia di Tobias, sarebbe stata catturata mentre tentava di fuggire.
Ma la verità più terrificante era un’altra. Le storie che si sussurravano sul passato di Tobias, sull’omicidio di tre donne, erano assolutamente vere. E Iris lo sapeva. Lo sapeva fin dal primo giorno, eppure lo toccava lo stesso, dormiva con lui, rimaneva incinta di suo figlio. Perché Iris Bowmont viveva in qualcosa di peggio della morte, una vita privata della vita stessa.
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