In pochi secondi, soldati comparvero da ogni lato, armi in pugno, grida in tedesco che riecheggiavano nell’edificio. Alcune donne tentarono comunque la fuga, ma vennero atterrate dai calci dei fucili. Altre si arresero e si inginocchiarono a terra, sapendo che resistere sarebbe stato inutile. Marguerite guardò la porta laterale lì vicino e per un attimo considerò l’idea di scappare, di tentare la fortuna.
Ma poi vide Simone picchiata da un soldato e non poté abbandonarla. Furono tutti riportati nel seminterrato, ma non nelle celle comuni. Questa volta, furono rinchiusi tutti nella stanza 47. Ciò che accadde in quella stanza quella notte di luglio fu la punizione collettiva più brutale inflitta dai tedeschi durante l’intera occupazione di quel seminterrato.
Le 14 donne che tentarono la fuga furono rinchiuse nello stesso spazio di 20 metri quadrati, senza acqua, cibo, servizi igienici e con la porta chiusa dall’esterno. La temperatura nel seminterrato era già naturalmente alta a causa dell’estate, ma nella stanza 47, senza un’adeguata ventilazione, il caldo divenne insopportabile. Nelle prime ore, Marguerite sentì il sudore scorrerle lungo tutto il corpo.
La sete cominciò a stringerle la gola e la disperazione crebbe quando si rese conto che i tedeschi non avevano alcuna intenzione di aprire quella porta tanto presto. Le donne cercarono di avvicinarsi a turno alla piccola fessura in fondo alla porta da cui entrava un sottile filo d’aria, ma non era sufficiente per quattordici persone per respirare comodamente.
Alcuni, presi dal panico, iniziarono a iperventilare, peggiorando il consumo di ossigeno. Simon, sempre il più razionale, cercò di mantenere la calma, suggerendo di rimanere seduti, respirando lentamente e risparmiando energie. Ma con il passare delle ore e senza che alcun soldato si presentasse per liberarli o almeno portare loro dell’acqua, il panico si impadronì di loro in modo irreversibile.
Il caldo soffocante aveva trasformato la stanza in un forno umano. I corpi stretti l’uno all’altro peggioravano ulteriormente la situazione. Ogni respiro sembrava consumare il poco ossigeno disponibile. Marguerite sentiva il sudore inzupparle gli abiti laceri, la lingua gonfiarsi nella bocca arsa e un’emicrania pulsante che le si annidava dietro gli occhi.
Alcune donne iniziarono a gemere sommessamente. Altre piangevano in silenzio. Le lacrime solcavano i loro volti sporchi. L’oscurità quasi totale della stanza, illuminata solo da un debole bagliore che filtrava da sotto la porta, rendeva l’esperienza ancora più da incubo. Ogni donna era rinchiusa nel proprio terrore, pur essendo fisicamente vicina alle altre. La seconda notte, una delle donne più anziane, già indebolita dalle esperienze precedenti, iniziò a delirare, parlando con persone che non erano nate lì, chiamando bambini che probabilmente non avrebbe mai più rivisto.
Marguerite cercò di confortarla, ma senza acqua, senza medicine, senza altro che parole. C’era ben poco che potesse fare. La donna morì il terzo giorno, il suo corpo cedette semplicemente a causa dell’estremo stress, della disidratazione e dell’esaurimento. E gli altri prigionieri dovettero convivere con il cadavere per altri due giorni, finché finalmente la porta non venne aperta.
L’odore divenne presto insopportabile. Il corpo in decomposizione, unito agli escrementi che le donne erano costrette a espellere in un angolo della stanza, creava un fetore tale da far venire la nausea anche agli stomaci più resistenti. Marguerite provò a respirare con la bocca, ma questo non fece altro che peggiorare la situazione.
Il sapore nauseabondo gli si posò sulla lingua. Vide diverse donne vomitare, il che aggravò la loro già grave disidratazione. Alcune iniziarono ad avere allucinazioni, vedendo acqua dove non ce n’era, parlando di fontane e fiumi che esistevano solo nelle loro menti tormentate dalla sete. Simon, nonostante la propria sofferenza, cercò di mantenere un’apparenza di ordine e speranza.
Recitava poesie con voce roca, incoraggiando le donne a pensare alle loro famiglie, ai ricordi felici, a qualsiasi cosa potesse aiutarle a resistere ancora un po’. Ma persino la sua straordinaria forza cominciava a vacillare. Marguerit, la quarta notte, crollò contro il muro, con gli occhi chiusi, le labbra screpolate e sanguinanti, mormorando parole che non avevano più senso.
Marguerite strisciò fino a lei, le prese la mano ossuta e così rimasero due donne sull’orlo della morte, donandosi a vicenda l’unica cosa che restava loro: la presenza umana. Il quinto giorno, quando i soldati finalmente aprirono la stanza 47, trovarono tre donne morte, nove gravemente debilitate e due, tra cui Marguerite e Simone, ancora in grado di stare in piedi, seppur con difficoltà.
I sopravvissuti furono trascinati fuori dalla stanza, le gambe ormai incapaci di sostenerli, e riportati nelle celle. Venne loro data dell’acqua, ma alcuni bevvero troppo in fretta e vomitarono subito. I loro stomaci non riuscivano più a sopportare un’ingestione rapida dopo tanti giorni di privazione. Marguerite bevve lentamente, costringendo il suo corpo ad assorbire il liquido a piccoli sorsi, sapendo che era l’unico modo per sopravvivere.