Seguì un breve, pesante silenzio.
Io e Morse.
Hai chiamato qualcuno?
NO.
Perché?
La voce di sua madre risuonò nell’aria.
Perché penso che sia giunto il momento.
Emily guardò di nuovo la lettera. L’inchiostro sembrava quasi fresco, come se fosse stata scritta di recente, sebbene sapesse che era impossibile.
«Torno a casa», disse.
Il viaggio verso nord è stato come un salto indietro nel tempo. Ogni curva dell’autostrada svelava uno strato della vita presente. Il lago con il pontile in pendenza. La vecchia insegna sulla fattoria abbandonata. Gli ampi campi bianchi e silenziosi.
Ricordava il sedile posteriore della Buick di suo padre. Jacob, accanto a lui, canticchiava melodie senza parole, inventando canzoni. Avevano giocato a un gioco tanto tempo prima: contare i pali rotti e gli alberi dalle forme strane. Dopo la sua morte, non ci avevano più giocato. L’auto era silenziosa.
La casa colonica apparve all’orizzonte, proprio come la ricordava. Il vialetto di ghiaia era coperto di brina. La cassetta delle lettere era appesa a un solo chiodo. Le finestre anteriori, un tempo illuminate da tende soffici, ora erano rettangoli scuri e vuoti.
Emily spense il motore e si sedette. Non c’erano uccelli. Non c’era vento. C’era solo silenzio.
La porta d’ingresso si aprì prima che lui potesse bussare. Lì c’era sua madre, una figura minuta avvolta in un maglione di lana chiara. I suoi capelli scuri avevano delle ciocche argentate. I suoi occhi sembravano stanchi e riflettevano qualcosa che non aveva mai visto prima.
Nessuno dei due si mosse per quella che sembrò un’eternità.
«Entra», disse infine la madre, lasciando il riscaldamento acceso per precauzione.