La casa odorava di legno vecchio, di caffè stantio e di qualcosa di metallico. L’orologio nell’ingresso ticchettava ancora. Il tappeto era ancora al suo posto. Sulla parete era appesa la foto scolastica di Jacob, come sempre, con un sorriso sdentato sulle labbra.
“Quest’anno avrebbe compiuto trentaquattro anni”, mormorò sua madre.
Quella notte, dopo che sua madre andò a letto, Emily si fermò davanti alla porta della cantina. Quando la aprì, l’aria gelida si levò come una folata di respiro trattenuto. Accese la luce. Scese le scale, un gradino alla volta.
Il seminterrato era esattamente come sempre: scatole, barattoli di vernice e decorazioni natalizie impolverate. In fondo c’era lo sportello del forno. Chiuso a chiave. Incatenato. Gonfio per il tempo.
Si avvicinò lentamente.
Proprio sopra la maniglia della porta, sull’albero, c’era qualcosa di nuovo.
Una macchia.
Una debole traccia di un mignolo.
E questa era un’impressione del tutto nuova.
Emily non lo toccò subito. Lo fissò, come se fosse un animale addormentato che potesse svegliarsi al minimo tocco. L’impronta era all’altezza del petto, come quella di un bambino. Non di un adulto. Non di qualcuno che fosse venuto da poco a pulire o a controllare il forno. Era così piccola, così precisa. E ciò che la spaventava di più era la lucentezza umida, come se il dito avesse lasciato qualcosa di più della semplice polvere.
Fece un passo indietro. Il seminterrato era silenzioso, ma non vuoto. Era un silenzio denso e teso, come l’aria prima di una tempesta. Emily sentì una fitta al collo e, con la convinzione di una bambina, tornò indietro senza essere invitata. Non era sola. Salì le scale senza voltarsi e sbatté la porta del seminterrato. Il suono secco echeggiò per tutta la casa come uno scricchiolio acuto. Premette la fronte contro il legno e sussultò. Per qualche secondo, si odiò per essere tornata indietro. Poi si odiò per non essere tornata prima.
Quella notte non dormì.
Il suono è iniziato alle 3:17 del mattino.
Non fu un forte botto né uno schianto. Fu un lungo, profondo sospiro, come se provenisse da sotto la casa. Emily si raddrizzò di scatto sul letto, con il cuore che le batteva forte. Il suono si ripeté, più lentamente questa volta. Inspira. Espira. Come un gigantesco polmone sepolto in profondità sotto terra.
Si alzò e percorse il corridoio a piedi nudi. Il pavimento era freddo. La porta della camera da letto di sua madre era chiusa. Non si sentiva alcun rumore. O dormiva profondamente, oppure aveva imparato a ignorare le cose peggiori.
Sentì di nuovo quel sospiro, questa volta accompagnato da un debole scricchiolio metallico. Emily scese con cautela le scale del seminterrato, aggrappandosi al corrimano come se temesse che il pavimento potesse crollare sotto i suoi piedi. Accese la luce.
Tutto sembrava uguale.