ma ancora troppo forte per morire e basta. Era il marzo del 1944. Mi trovavo nel centro di detenzione di Royalieux, nella regione di Compi, nel nord della Francia. Un luogo che non risultava ufficialmente in nessun rapporto. Un luogo dove le donne scomparivano senza lasciare un nome, senza lasciare un corpo, senza lasciare tracce, solo numeri, solo ceneri, solo silenzio.
Ci andai con mia sorella Margaot e la mia migliore amica Eliane. Tutte e tre eravamo state catturate durante un’operazione di perquisizione casa per casa, con l’accusa di nascondere combattenti della resistenza. Poco importava se fosse vero o no, ciò che contava era che eravamo giovani donne francesi e i nostri nomi erano su una lista. Royalie non era un campo di sterminio come in Svizzera.
Non c’erano camere a gas, ma c’era qualcosa di peggio: l’attesa, l’incertezza, le procedure quotidiane studiate per spezzarci ancor prima di decidere se saremmo morti o saremmo stati mandati altrove. E al centro di questa routine distruttiva c’erano le vasche da bagno. Si trovavano in una tettoia stretta e umida con un muro di pietra da cui trasudava acqua fredda anche d’estate.
C’erano sette vasche da bagno in ghisa allineate come bare. Le riempiva d’acqua ghiacciata ogni mattina. Non acqua fredda del rubinetto, ma acqua con ghiaccio, pezzi di ghiaccio che galleggiavano come piccole schegge di vetro rotto. Ci chiamava alle 6 del mattino. Sempre le stesse donne. Quelle che erano troppo magre, quelle che tremavano camminando, quelle che non riuscivano più a tenere in mano una pala o a portare un sacco di cemento.
Ricordo la prima volta che vidi le vasche da bagno. Pensai che servissero per lavare i vestiti o forse per qualche tipo di pulizia industriale. Ma poi, una delle guardie, una donna tedesca con il viso duro e lo sguardo vuoto, urlò con un accento francese strascicato: “Toglietevi tutti i vestiti, subito!”. “Esitammo.” Marga mi strinse la mano.
Iian iniziò a piangere lentamente, ma non c’era scelta. Chi esitava veniva picchiato. Chi resisteva moriva. Era semplice. Ci spogliammo a brandelli. I nostri corpi magri, segnati da equilibri, tagli, ferite aperte che non si rimarginavano mai del tutto. Provavo vergogna, non per la nudità in sé, ma per essere lì esposto, debole, ridotto a niente di fronte a persone che ci guardavano come se fossimo meno che animali.