Si guardò intorno. Anche le altre donne erano tornate in caserma, tutte in condizioni simili. Alcune gemevano sommessamente, altre rimanevano immobili, con lo sguardo fisso sul soffitto. L’atmosfera era pesante, opprimente, pervasa da un terrore silenzioso. Quella notte, accadde qualcosa di terribile. Camille, una ragazza di 22 anni incinta di 6 mesi, iniziò a sanguinare.
Prima leggermente, poi sempre più forte. Iniziò a urlare, stringendosi lo stomaco con entrambe le mani, il viso contratto dal dolore e dal terrore. “Bambino mio! Oh mio Dio, bambino mio!” Le altre donne si precipitarono intorno a lei, cercando di aiutarla, ma lei non sapeva cosa fare. Non c’era nessun medico, nessuna infermiera. Simon era troppo debole per agire.
Niente medicine, niente bende, solo le loro mani tremanti e la loro straziante impotenza. Marguerite cercò di confortare Camille, stringendole la mano, sussurrandole che tutto sarebbe andato bene, pur sapendo che era una bugia. Il sangue continuava a scorrere, inzuppando la paglia sotto il corpo di Camille, formando una macchia scura che si allargava inesorabilmente.
Le grida di Camille si fecero più deboli, più rauche, fino a ridursi a gemiti soffocati. Il suo viso impallidì sempre di più. Le sue labbra assunsero una sfumatura bluastra. Marguerite gridava verso la porta, chiamando le guardie, implorando aiuto. Ma nessuno venne. Nessuno rispose. Quando i soldati finalmente arrivarono, ore dopo, era troppo tardi.
Camille era immobile, fredda, gli occhi ancora aperti, fissi nel vuoto, morta, e con lei il suo bambino non ancora nato. I soldati osservavano la scena con indifferenza, come se si trattasse di un incidente banale e prevedibile. Trascinarono il corpo fuori dalla caserma senza proferire parola, senza il minimo segno di rispetto o compassione.