Fotografava quando le guardie erano distratte durante il cambio degli autobus o a tarda notte, quando solo poche sentinelle assonnate pattugliavano il campo. Fotografava le baracche fatiscenti, le file di donne incinte affamate e malate, gli strumenti medici macchiati di sangue nella sala visite. Fotografava volti, volti segnati dalla paura, dalla stanchezza, dalla disperazione.
Volti che raccontavano storie che le sole parole non avrebbero mai potuto catturare. Simon, dal canto suo, scriveva su frammenti di carta strappata che trovava qua e là: pagine strappate da registri tedeschi, confezioni di… Lei teneva registri meticolosi, persino su frammenti di stoffa su cui incideva parole con un pezzo di carbone. Documentava ogni nome che conosceva, ogni data importante, ogni procedura che osservava.
Descrisse i sintomi che aveva riscontrato nelle donne dopo le iniezioni: vertigini, nausea, sanguinamento, contrazioni premature. Annotò tutto con la precisione di un’infermiera qualificata. Consapevole che questi dettagli medici un giorno avrebbero potuto costituire una prova inconfutabile, Marguerite le aiutò in ogni modo possibile.
Lei si atteggiava a spensierata, avvertendo discretamente Ian all’avvicinarsi di una guardia. Fece nascondere i documenti a Simon sotto la paglia, nelle fessure delle assi della baracca, ovunque potesse sfuggire a una perquisizione superficiale. Poi, una notte, Elian riuscì a scattare la foto più importante di tutte. Accadde in uno di quei momenti in cui la vigilanza delle guardie si allentò leggermente, intorno alle 3 del mattino.