Il suo corpo era scosso da singhiozzi incontrollabili. Simon e Iian la circondavano, la stringevano a sé, piangendo con lei, ma non c’era consolazione possibile. Nessuna parola poteva lenire quel dolore. Ma Ian aveva fotografato tutto. Nascosta nell’ombra, approfittando della confusione e dell’emozione del momento, era riuscita a catturare diverse immagini.
Hoffman che tiene in mano il nuovo naso, i soldati che lo prendono a Marguerite, il volto lacerato dal dolore del mare. Erano immagini sfocate scattate al crepuscolo, ma c’erano, esistevano. E Simon aveva scritto su un pezzo di carta che lei nascondeva nella manica, aveva scritto “Mattina di marzo 1943”.
Marguerite Rousell dà alla luce un bambino prematuro ma vivo, che viene confiscato dal dottor Hoffman dieci minuti dopo la nascita. La madre in preda alla disperazione, il bambino destinato al programma di germanizzazione, chiamato Pierre dalla madre stessa. Queste parole, queste immagini sarebbero diventate l’unica prova dell’esistenza di Pierre Rousell, del suo primo vagito echeggiato in una gelida caserma in Alsazia, dell’amore che sua madre gli aveva trasmesso anche in quei pochi minuti rubati all’orrore.
Nelle settimane successive, Marguerite si lasciò morire. Rifiutò di mangiare. Rimase sdraiata sulla paglia, a fissare il soffitto, parlando a volte con il figlio come se fosse ancora lì. Le altre donne cercarono di aiutarla, di nutrirla a forza, ma lei rifiutò tutto. L’infezione prese il sopravvento, conseguenza inevitabile di un parto in condizioni igieniche così precarie.
La febbre saliva, il suo corpo si indeboliva giorno dopo giorno. Simon le rimase accanto fino alla fine, tenendole la mano, sussurrandole che il suo sacrificio non sarebbe stato vano, che la sua storia sarebbe stata raccontata, che Pierre un giorno avrebbe saputo che sua madre lo aveva amato. Marguerite Roussell morì nel marzo del 1943, due settimane dopo aver dato alla luce suo figlio. Aveva 23 anni.