Le sue ultime parole furono: “Dite a Pierre, ditegli che lo amavo”. Il suo corpo fu trascinato fuori dalla caserma e gettato in una fossa comune con le altre donne che non erano sopravvissute. Nessuna cerimonia, nessuna preghiera, nessun segno a indicare che fosse esistita. Ma il suo nome era scritto negli appunti di Simon, nella memoria di Élian, nella storia che un giorno sarebbe stata raccontata.
Nell’aprile del 1945, la guerra volgeva al termine, ma per molti l’incubo continuava a rivivere in ogni battito del cuore, in ogni respiro affannoso. Mentre le truppe alleate avanzavano nella regione dell’Alsazia, liberando i villaggi uno dopo l’altro, scoprivano macerie, cenere e silenzi che urlavano più forte di qualsiasi testimonianza.
Il campo in cui Marguerite e decine di altre donne erano state detenute non esisteva più, o meglio, esisteva solo come rovine fumanti, scheletri anneriti di edifici dati alle fiamme intenzionalmente. I tedeschi avevano bruciato tutto prima di fuggire, nel disperato tentativo di cancellare ogni traccia di ciò che era accaduto lì.
Avevano dato nuovamente fuoco alle caserme, ai documenti amministrativi, alle cartelle cliniche. Avevano distrutto metodicamente tutto ciò che avrebbe potuto servire da prova, tutto ciò che avrebbe potuto incriminarli in un futuro processo. Ma la storia ha uno strano modo di resistere all’oblio, di sopravvivere anche alle fiamme più feroci. Soldati francesi e americani camminavano tra le macerie ancora fumanti, sconvolti da ciò che vedevano.
L’odore acre del fumo si mescolava a qualcosa di più oscuro, di più antico. L’odore della morte che si era infiltrato fin nel terreno. C’erano i resti di baracche carbonizzate, le cui travi annerite puntavano verso il cielo come dita accusatrici, strutture di filo spinato contorte dall’intenso calore del fuoco e, al centro di quello che un tempo era stato l’accampamento, una fossa comune appena ricoperta da un sottile strato di terra ghiacciata.