Ma Marguerite aveva visto. Aveva visto come Juliette fosse diventata improvvisamente letargica, come il suo sguardo si fosse fatto vuoto. Non era una vitamina, era qualcos’altro. Qualcosa di pericoloso. Una dopo l’altra, le donne furono sottoposte allo stesso procedimento. Alcune piangevano in silenzio durante l’esame. Altre tenevano gli occhi chiusi, come se non vedere potesse rendere l’esperienza meno reale.
Helen venne misurata, palpata e le venne fatta un’iniezione. Poi fu il turno di Louise, e infine di Simon, che riusciva a malapena a stare in piedi per la debolezza. Hoffman annotò qualcosa sul suo taccuino mentre guardava Simon, con un’espressione quasi soddisfatta sul volto. “Sei quasi a termine”, disse all’infermiera. Molto interessante. Quando fu il turno di Marguerite, salì sul lettino con le gambe tremanti sotto il suo stesso peso.
Hoffman la esaminò con la stessa fredda efficienza. Le misurò il ventre, ascoltò il battito cardiaco del bambino, prese appunti, poi preparò una siringa. Marguerite sentì il panico salirle in gola. «No», disse, con la voce rotta. «Non lo voglio». Hoffman si fermò. La guardò con una curiosità quasi scientifica, come se stesse osservando una reazione chimica inaspettata.
«Non ha scelta, signora Roussell», disse con calma. «Fa parte del protocollo». «Quale protocollo?» chiese lei, con le lacrime che le rigavano il viso. «Cosa ci state facendo? Perché ci trattate così?» Hoffman sospirò, come se dovesse spiegare qualcosa di ovvio a una bambina testarda.