Io e mio marito avevamo prenotato una camera per le nostre vacanze, aspettandoci solo un soggiorno semplice e rilassante. L’hotel, dall’esterno, sembrava bellissimo: linee pulite, moderne vetrate, una hall tranquilla che profumava leggermente di agrumi e lenzuola fresche. Era il tipo di posto che si sceglie perché sembra “sicuro”, prevedibile e facilmente dimenticabile, nel senso migliore del termine. Quell’illusione durò meno di un’ora. Arrivammo nel tardo pomeriggio. Il sole era già tramontato dietro gli edifici, proiettando lunghe ombre lungo il corridoio mentre ci dirigevamo verso la nostra camera. Ricordo di aver pensato a quanto fossi stanca, a quanto sarebbe stato bello posare le valigie, toglierci le scarpe e semplicemente esistere per un momento senza pensare. Aprimmo la porta, entrammo e la stanza ci accolse con una garbata neutralità: pareti beige, un letto ben rifatto, le tende leggermente aperte che lasciavano filtrare un sottile fascio di luce dorata. Tutto sembrava normale. Quasi troppo normale. Ecco perché lo notai subito. C’era qualcosa attaccato al muro vicino allo stipite della porta, proprio all’altezza degli occhi. Inizialmente il mio cervello si rifiutò di elaborarlo correttamente. Sembrava un grumo di argilla essiccata, modellato in una strana colonna verticale. Ma non era casuale: la sua forma aveva uno scopo preciso. Era stretta alla base, leggermente più larga in cima, quasi come un razzo o un proiettile in miniatura che si fosse bloccato a mezz’aria. La sua superficie era irregolare, ruvida, con minuscole creste e crepe.