L’eco degli ordini urlati in tedesco, il sordo rumore degli stivali sul terreno umido e soprattutto le grida soffocate delle donne che sapevano cosa le aspettava. Il soldato dagli occhi limpidi, quello che mi aveva guardato quel giorno, tornava ogni mattina. Non parlava mai. Stava in piedi, vicino alla terza vasca da bagno, quella dove mi metteva sempre. Fumava, mi osservava.
E a volte, solo a volte, vedevo qualcosa attraversargli il viso, una contrazione, una piega all’angolo della bocca, qualcosa che sembrava quasi disgusto, ma non verso di me, bensì verso ciò che stava facendo. Una mattina, mentre tremavo così forte che i denti mi battevano al punto da mordermi la lingua, lui fece qualcosa di inaspettato.
Si avvicinò alla vasca da bagno, tirò fuori l’orologio da tasca, guardò l’ora, poi voltò le spalle agli altri soldati e fece un gesto, un gesto molto piccolo. Alzò tre dita, tre minuti. Mi diede tre minuti di tregua. Non capii subito. Ma quando tornò da me, mi prese il braccio con fermezza perché gli altri vedessero e mi tirò fuori dall’acqua.
«Basta», disse. Poi mi spinse verso l’angolo dove dovevamo ridere, sempre tremanti, ancora in silenzio. Quel giorno, uscii dal palazzo delle vasche da bagno 12 minuti prima del solito. 12 minuti che forse gli salvarono la vita. Ma Margaot, mia sorella, non fu così fortunata. Lei era nella quinta vasca da bagno.
Un’altra guardia, questa volta una donna, era lì a sorvegliare. Questa donna non aveva esitazioni, né pietà. Immergeva la testa di Margaot sott’acqua ogni volta che cercava di respirare con troppa difficoltà. “Fai troppo rumore”, diceva in tedesco. “Stai zitta o ti lascio lì dentro finché non smetti di muoverti.” Margaot ci provava. Stringeva i denti, chiudeva gli occhi, ma il suo corpo non ce la faceva più.
Aveva raggiunto un limite che nemmen