Non si aspettava granché, ma ricevette tre lettere da tre donne ormai anziane che affermavano di essere state in un luogo in cui nessuno avrebbe creduto. Mora andò a incontrarle e i loro racconti confermarono ogni sua impressione. La prima era Simone Lefèvre, 21 anni, residente a Lille. Era stata catturata nel 1943, all’età di 21 anni, con l’accusa di aver aiutato membri della resistenza.
Fu portata nella vecchia fabbrica e vi trascorse otto mesi. Quando Morau le mostrò le pagine dei quaderni, iniziò a tremare. “Ricordo quest’ordine”, disse, indicando un appunto. “Togliti i vestiti e inginocchiati”. Lo sentivo ogni giorno. Ogni singolo giorno. Raccontava delle vasche di acqua gelida, delle iniezioni, delle donne che venivano portate via e non facevano più ritorno.
E poi disse qualcosa che diede conforto. La parte peggiore non era il dolore, ma la consapevolezza che a nessuno sarebbe importato. Simon descrisse come le donne cercassero di sostenersi a vicenda nelle celle, come sussurrassero preghiere insieme nell’oscurità, come condividessero le misere razioni di pane ammuffito che ricevevano una volta al giorno, come si tenessero per mano quando una di loro veniva portata via, sapendo che forse non sarebbe più tornata.
Questi piccoli gesti di solidarietà erano tutto ciò che restava della loro umanità in un luogo progettato per privargliela. Ricordavano anche i suoni, il rumore degli stivali nei corridoi, lo scricchiolio delle porte di metallo, gli ordini urlati in tedesco, il silenzio che seguiva e talvolta, molto raramente, un urlo, un urlo che si interrompeva bruscamente e poi più nulla.
Quel silenzio era peggiore di qualsiasi urlo perché significava che qualcuno aveva smesso di combattere, che qualcuno si era arreso, o peggio, che qualcuno era morto. La seconda testimone era Marguerite Blanc, di 75 anni, che viveva in un ospizio ad Arouant. Era molto fragile, ma ancora lucida. Descrisse Vulker come un uomo che non gridava mai.
Era calmo, sempre calmo, e questo era peggio di qualsiasi urlo. Ricordava un’infermiera tedesca che piangeva in silenzio mentre teneva in mano un vassoio di strumenti chirurgici. “Era prigioniera lì tanto quanto noi”, disse Marguerite. “Ma era troppo spaventata per disobbedire”. Marguerite raccontò anche un dettaglio che agghiacciò Morau.
Ricordava una giovane donna, forse diciottenne, che era stata portata al reparto nel marzo del 1944. Era incinta, di circa cinque mesi. Vulker ne era affascinato. Voleva osservare come il freddo estremo influenzasse il feto. La sottopose a ripetuti test di ipotermia. La giovane donna implorava, piangeva.
Gridò che avrebbe portato avanti la gravidanza fino alla fine, che avrebbe fatto tutto ciò che lui avesse voluto dopo, ma che risparmiasse il bambino. Felker non rispose. Si limitava a prendere appunti. Due settimane dopo, ebbe un aborto spontaneo. Il feto fu rimosso e conservato in un barattolo di formaldeide, e la giovane donna morì per un’emorragia tre giorni dopo.