Sono tornata a casa dopo 26 ore consecutive in ospedale. Ventisei ore passate a salvare vite, a stringere mani tremanti, a pulire ferite che non erano le mie. I miei piedi bruciavano dentro quelle scarpe bianche, un tempo nuove. La schiena mi faceva un male cane. Le mie mani odoravano di disinfettante e di quella stanchezza che ti penetra nelle ossa quando non sei più giovane.
Ho 67 anni. Sono un’infermiera. E pensavo che la parte più difficile della mia vita fosse finita. Mi sbagliavo.
Quando ho aperto la porta della mia cucina, la mia cucina, quella che avevo pulito mille volte, dove avevo cucinato per tutti i compleanni di mio figlio, dove avevo pianto per la morte di mio marito, ho visto qualcosa che non c’entrava niente. Un frigorifero nuovo, lucido e argentato, proprio accanto al mio.
Sono rimasta immobile sulla soglia, con la borsa a tracolla, cercando di capire. Avevano comprato un frigorifero senza dirmelo? Perché? Il nostro funzionava perfettamente.
Poi ho sentito la sua voce.
“Quello è mio.”
Jessica, mia nuora, uscì dal corridoio con quell’espressione che conoscevo fin troppo bene, quel misto di disprezzo e noia, come se fossi una mosca fastidiosa nel suo spazio.
«Cosa hai detto?» chiesi. La mia voce era roca. Non parlavo con nessuno fuori dall’ospedale da ore.