“Cerchi qualcosa?”
La voce di Jessica proveniva proprio da dietro di me. Ho fatto un salto. Non l’avevo sentita entrare.
“Jessica, questo è troppo.”
«Troppo?» Inclinò la testa con quel sorriso che non le arrivava mai agli occhi. «Hope, sto solo proteggendo le mie cose. Sai com’è. A volte le cose si perdono, si confondono. Così sappiamo tutti a chi appartiene ogni cosa.»
“Ma queste pentole le ho comprate io. Questi piatti li ho comprati io 20 anni fa.”
«Ah.» Fece spallucce. «Allora mettici anche il tuo nome. Io ho messo il mio su ciò che è mio.»
“E cos’hai comprato esattamente?” Le parole mi sono uscite più dure di quanto volessi.
I suoi occhi si strinsero. «Modera il tono, suocera. Sono la moglie di tuo figlio. Merito rispetto.»
Rispetto.
Quella parola mi risuonava in testa mentre lei si voltava e tornava in soggiorno, dove la televisione era ancora accesa a tutto volume.
Quella sera, Jessica cucinò. Il profumo riempì tutta la casa. Arrosto in pentola, il mio preferito, quello che le avevo insegnato a preparare quando si erano sposati, nei primi mesi in cui fingevamo ancora di essere una famiglia felice.
Sono rimasta in camera mia. Lo stomaco mi brontolava. Non avevo cenato. Avevo bevuto solo un caffè in ospedale. Ho pensato di uscire a prendere qualcosa da mangiare. Era arrosto di manzo. Aveva usato la mia ricetta. Ma non l’ho fatto. Non potevo. Non dopo aver letto le etichette. Non dopo aver capito che ogni boccone che avrei preso da quella cucina sarebbe stata una sconfitta.
Ho sentito le loro risate, quelle di Daniel e le sue. Parlavano di un programma televisivo, di una vacanza in Florida.
“Quando venderemo l’auto di tua madre, potremmo avere abbastanza soldi per l’hotel”, disse Jessica.
Silenzio.
«Non so se voglia venderlo», rispose Daniel con voce debole.