Bianca fece un piccolo passo indietro e osservò la macchia allargarsi sul mio vestito come inchiostro rosso scuro. Le sue labbra, perfettamente truccate, si incurvarono in un piccolo sorriso soddisfatto, del tipo che probabilmente provava prima di fingere scuse e vincere discussioni.
C’era qualcosa di speciale nei suoi occhi. Non solo crudeltà. Piacere. Aspettava che crollassi, che piangessi, che tremassi, che mi scusassi per vivere nella sua stanza perfetta.
Non le ho dato niente. Non mi sono mossa. Non ho allungato la mano verso il bicchiere. Non ho coperto la macchia. Non ho nemmeno abbassato lo sguardo. L’ho solo fissata.
Poi ho guardato l’orologio. Le 18:02. Tre minuti, ho deciso. Alle 18:05, tutta questa festa – questo fidanzamento, questa elaborata piccola fantasia, questo spettacolo di successo accuratamente coreografato – sarebbe finita. Legalmente. In silenzio, se si fossero comportati bene. Chiassosamente, se non l’avessero fatto.
Stranamente, mi sentivo calmo. Calmo come se fossi seduto in un ufficio a esaminare un bilancio, non in piedi nel bel mezzo di una sala da ballo con il vino che mi cola nelle scarpe.
Qualcuno alle spalle di Bianca sussultò. Una delle sue damigelle, ricoperta di brillantini e abbronzata, la fissava a bocca aperta. Una delle invitate allungò la mano per prendere un tovagliolo, poi si fermò, incerta se aiutarmi l’avrebbe messa in pericolo in pubblico.
La folla non stava solo guardando cosa faceva Bianca. Aspettavano di vedere cosa avrei fatto io. La povera sorella è stata attaccata dalla sposa dorata. Questo doveva essere il momento in cui avrei perso il controllo.
Bianca rise leggermente, un suono sommesso, come quello che si sente durante un brunch tra pettegolezzi crudeli.
«Oh mio Dio», disse con fare teatrale. «Guarda. Che peccato.»
Schioccò le dita verso un cameriere di passaggio senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
“Un tovagliolo. Magari anche un po’ di acqua frizzante. Anche se dubito che servirebbe a qualcosa con questo materiale. Sembra poliestere.”
Il suo sguardo mi percorse con pigro disprezzo. Poi si voltò come se non esistessi più, aprendo le braccia per accettare il conforto sbalordito delle sue damigelle, come se fosse lei la vittima.
Rimasi lì, solo, imbrattato di vino, in silenzio al centro della stanza.